Una buona giornata
Perché a volte le conversazioni con gli sconosciuti sono le migliori.

Tanti anni fa, quando i miei genitori vennero a trovarmi a New York, pensai di sistemarli al Mercer Hotel. Lo feci un po’ per scherzo: il Mercer è un posto chic ed esclusivo, uno di quelli scelti dai vip e dalle celebrità. Erano entrambi, in particolare mio padre, del tutto estranei a questo genere di cose. Non guardava la televisione, non andava al cinema e non ascoltava la musica pop. Avrebbe scambiato il magazine “People” per una rivista di antropologia. Le sue aree di competenza erano molto specifiche: la matematica, il giardinaggio e la Bibbia. Quando passai a prenderli per cena, chiesi a mio padre com’era andata la giornata. «Benissimo!» mi rispose.

A quanto pare aveva trascorso tutto il pomeriggio nella lobby a chiacchierare con un signore. Era tipico di mio padre: gli era sempre piaciuto parlare con gli sconosciuti. «Di cosa avete parlato?» gli chiesi. «Di giardinaggio!» rispose lui. «E come si chiamava il signore?» «Non ne ho la minima idea. Ma la gente continuava ad avvicinarsi per una foto o per fargli firmare dei bigliettini.» Se tra voi c’è una star di Hollywood che ricorda di aver chiacchierato con un inglese barbuto qualche tempo fa nella lobby del Mercer Hotel, non esiti a contattarmi. Per gli altri, la morale è la seguente: certe volte le migliori conversazioni tra sconosciuti sono quelle in cui lo sconosciuto resta tale.

Malcom Gladwell