L’ossessione italiana per l’abito e per il look ha coinciso con uno dei periodi meno felici e fervidi della nostra storia, come se ci fosse un nesso preciso tra il deperire della sostanza e il trionfo del formalismo. Basta girare per l’Europa, in città spesso più pulite, più ordinate più progredite delle nostre, per accorgersi che la gente, in media, è vestita in maniera molto più informale, quasi trasandata.
Da noi, al contrario, non è rara la figura antropologica del villanzone elegantissimo, o della povera di spirito agghindatissima, e ci sono scorci di gruppo (certi pubblici negli studi televisivi, certi strusci per lo shopping del sabato) all’insegna di un travestitismo collettivo che non ha eguali al mondo, ipertruccato e pacchiano.
Quanto alle persone davvero di valore che se ne fregano dell’abito, ognuno di noi ne conosce o ne ha conosciute parecchie: molto semplicemente, non ne hanno bisogno. Bastano la faccia, le parole e l’atteggiamento verso gli altri a documentarne ampiamente lo stile.