Come pensiamo noi medici
E' difficile convincere un uomo a capire qualcosa,
quando il suo stipendio dipende dalla sua non comprensione.
Upton Sinclair
Noi medici siamo convinti di prendere decisioni basandoci sulla logica.
In realtà, siamo influenzati da preferenze irrazionali: rischi, tempi, ricompense, compromessi.

Non abbiamo informazioni complete sul valore comparativo dei farmaci (clinico oltre che economico) non assimiliamo nè valutiamo tutti i risultati nè abbiamo tempo per sintetizzarli. La ricerca comparativa sull’efficacia è scarsa e i dati di utilizzo dei farmaci nel mondo reale si basano spesso su pregiudizi. Ad esempio, siamo influenzati da informazioni brevi e digeribili, più che da una revisione scrupolosa della letteratura. Ciò spiega il potere dei materiali promozionali farmaceutici, semplicistici e di nessun valore scientifico.

Inoltre, siamo impauriti dalla prospettiva di danni, più che dai benefici. Per esempio, la bassa probabilità di causare un’emorragia cerebrale prescrivendo un anticoagulante a un paziente con fibrillazione atriale influenza le scelte più della possibilità di prevenire molti più casi di trombosi. Le nostre convinzioni sono plasmate da esperienze recenti più che da eventi remoti (“pregiudizi dell’ultimo caso”). Spesso sovrastimiamo piccole probabilità (rischi di effetti indesiderati rari) rispetto a quelle frequenti (benefici) per la stessa ragione per cui molte persone temono di morire in aereo più che in autostrada, anche se questa evenienza è molto più frequente.

Superare il modello di “attore razionale” migliorerebbe le scelte di noi medici nell’affrontare il problema della scarsa aderenza alla prescrizione (troppi pazienti non seguono le indicazioni, adattandole piuttosto alle loro idee). Resisteranno certo aspetti dell’assistenza per i quali le intenzioni sulla psicologia del processo decisionale non sono applicabili. Da oncologi, per esempio, continueremo a prescrivere chemioterapie inutili, pressati da false speranze.

Ma per altre decisioni economicamente neutre, la psicologia del processo decisionale può migliorare le cure mediche. Ci vogliono nuove basi per progredire, mutamenti che diventano sfide quotidiane. La pratica medica è un ibrido tra scienza e assistenza; dovrebbe imparare dai recenti economisti Nobel e da altri ricercatori comportamentali che studiano il comportamento degli investitori sulle borse internazionali. Comprendere le contraddizioni del processo decisionale migliorerebbe le cure. Dovrebbe essere insegnato e diventare materia fondamentale all’Università.

Paolo Cornaglia Ferraris
Da la Repubblica