Il piacere di isolarsi
Quando la vita di relazione assorbe tutta l'energia, è tempo di lasciare che la natura prenda il posto delle relazioni umane.
Mi sembra che ci sia un legame molto evidente fra una vita di relazione ricca e il bisogno di rifugio in un luogo solitario, dove l'ego non riceve più stimolazioni.

Secondo la mia esperienza personale, la solitudine non mi è sembrata importante se non durante e dopo cinque anni di attività comune intensa e nutriente, paragonabile a una dinamica di gruppo durata 43.800 ore! Nel corso di questa esperienza, il bisogno di solitudine era associato a un sentimento di essere sufficientemente “nutrita” di relazioni, ossia che più il bisogno di familiarità e di relazione era profondamente appagato, più la solitudine diventava vitale e gradevole. Quando quell’esperienza ebbe termine, mi ci volle, per “digerire” tutta l’avventura, un anno completo di vita solitaria ad ascoltare il vento fra gli alberi e il crepitio del fuoco nel caminetto, prima di ritrovare il desiderio di relazioni umane.

Non perché avessi avuto una “indigestione” di relazioni umane intense, ma perché l’intensità del ricordo mi bastava. Lo stesso bisogno di solitudine si è ripetuto qualche anno più tardi, quando i miei due figli furono in grado di essere indipendenti e io provai il bisogno d’isolarmi (per meno tempo ma più spesso), godendo ogni volta di non sentire pronunciare il mio nome per qualche giorno. Questi ritiri benefici non devono essere confusi con il ripiegamento depressivo, perché la solitudine arreca allora una gioia che non ha nulla a che vedere con il vuoto e la carenza affettiva.

G.Paris
Dal libro “La grazia pagana”