Compiacere
La differenza tra ciò che sentiamo e ciò che diciamo.
Penso alla mia difficoltà a dire a una mia collega quanto mi sento disturbata dal suo continuo parlare, dal rumore, dallo spazio che prende nel lavoro e del quale mi sento privata.

Se parlo e dico cosa provo e come mi sento, il mio interlocutore mi abbandona, rimango sola. Questo non lo riesco a tollerare. Perciò assecondare, tacere, stare alle condizioni che mi pongono gli altri, considerarle non trattabili – complicità come stile di vita. Ma poi soffoco.

In altre relazioni, anche su cose piccole, ho visto che il mio atteggiamento passivo mi stava stretto, ma avevo l’energia di non compiacere. Parlando con la mia collega, invece, mi sono resa conto di quanto fosse vero che tacevo per paura di farla arrabbiare e che non mi volesse più bene, come guardavo da piccola le espressioni sulla faccia di mia madre per vedere se era arrabbiata con me.

Mia madre era arrabbiata, ma fondamentalmente non con me, questo l’ho capito cent’anni dopo. Quel gelo che sento con la collega, che sentivo da parte di mia madre, è loro, non è a causa mia, fa parte della loro storia. Questo l’ho capito adesso, scrivendo. Mi fa soffrire sentirlo, ma forse posso risparmiare l’energia che impiego per volerlo modificare.

Serena Porta